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mercoledì 24 aprile 2013

In mezzo alle macerie si torna a giocare - Storia del calcio 27° puntata

Italia e campionato spaccati in due. Lo strapotere del Torino.

Nel 1945, in uno scenario che presenta rovine e distruzione in ogni dove, la Federazione è chiamata all’arduo compito di far ripartire il campionato italiano di calcio. Le comunicazioni tra nord e sud della penisola italiana sono decisamente difficoltose, per non dire quasi impossibili; i bombardamenti hanno reso impraticabile l’attraversamento dell’Appennino tosco-emiliano, la rete ferroviaria è dissestata e il carburante scarseggia. E’ quindi inevitabile che si rimandi la ricostituzione della Serie A a girone unico e si torni, almeno per una stagione, alla suddivisione delle squadre in base alla collocazione geografica.
Il girone Alta Italia vede ai nastri di partenza Andrea Doria, Atalanta, Bologna, Brescia, Genoa, Internazionale, Juventus, Milan, Modena, Sampierdarenese, Torino, Triestina, Venezia e Vicenza; nel torneo del Centro-Sud competono Anconetana, Bari, Fiorentina, Lazio, Napoli, Palermo, Pescara, Pro
Livorno, Roma, Salernitana e Siena.
Dopo tre anni e mezzo di inattività si rivede anche la nazionale azzurra. Vent’anni di regime non si scordano tanto in fretta, le relazioni con il resto d’Europa sono infatti ai minimi storici; è la neutrale Svizzera a riammettere l’Italia nel calcio internazionale, invitandola per un’amichevole in terra elvetica. L’11 novembre a Zurigo Vittorio Pozzo schiera, più per incapacità di imporre le proprie idee che per convinzione, la nazionale italiana con il sistema (WM), inserendo in formazione ben sette elementi del Torino. Svizzera-Italia termina 4-4, con doppietta di Biavati e reti di Loik e Piola. Solo venti giorni dopo gli uomini di Pozzo superano a Milano l’Austria: il granata Castigliano, Mazzola e Piola i marcatori azzurri nel 3-2 finale.
In campionato a nord si impone il Torino, a sud il Napoli. Il regolamento prevede che le prime quattro di ognuno dei due raggruppamenti vadano a comporre il girone finale, che si disputa con gare di andata e ritorno tra aprile e luglio del 1946. Già dalla prima giornata le compagini settentrionali palesano una superiorità su quelle meridionali quasi imbarazzante; il conflitto ha colpito tutta la penisola, ma è il sud del Paese ad aver subito le conseguenze più gravi, spazzando via i risultati di una crescita del movimento calcistico meridionale che lo aveva portato, dopo quarant’anni di affannoso inseguimento, a competere quasi alla pari con il nord.
Il 28 aprile il Torino di Ferruccio Novo campione d’Italia in carica, allenato da Luigi Ferrero, fa visita alla Roma; ne scaturisce un confronto impari, con i granata che realizzano 6 reti nei primi venti minuti. Questo il commento sulla gara del ‘Calcio Illustrato’: “Chi, in questi anni, del gioco del calcio se ne era dimenticato, ha riannodato le fila con il passato; chi nel nostro gioco vedeva la decadenza si è prontamente ricreduto. E a vederli giocare, il grande Torino con la piccola Roma, veniva da pensare che la seconda fosse presa nel gorgo del gioco avversario più che per propria deficienza per incantamento. Ché c’era da incantarsi davvero a vedere giocare il Torino”. Con ogni probabilità Mazzola e compagni non vogliono infierire e rallentano il ritmo realizzando una sola rete nei restanti 70’. Fa specie pensare che la squadra affossata a suon di gol dai granata aveva vinto solo tre anni prima lo scudetto.
Il Toro segna più di tre reti a partita di media e si impone superando in classifica di una solo lunghezza la Juventus. Titolo conquistato matematicamente all’ultimo turno, con un’altra roboante goleada: Torino-Pro Livorno 9-1. Seguono il Milan terzo e l’Inter quarta. Le rappresentanti del centro-sud restano escluse dalla lotta per il titolo e si piazzano tutte dietro alle squadre settentrionali: nell’ordine Napoli, Roma, Pro Livorno e Bari. Valido lo scudetto del Torino, inserito a tutti gli effetti nell’albo d’oro, ma la singolarità del torneo non gli consentirà di essere considerato nelle statistiche relative alla Serie A.

lunedì 15 aprile 2013

La costruzione del dream team granata - Storia del calcio 25° puntata


La costruzione del dream team granata. Il progetto di Ferruccio Novo. La grande campagna
acquisti del Torino. Prima ‘doppietta’ in Italia.

Il primo successo di quello che nell’immediato dopo-guerra diventerà il “Grande Torino” arriva nel campionato del 1942/43. La squadra viene costruita grazie al progetto vincente di Ferruccio Novo, presidente granata a partire dal ’39. Mario Sconcerti ci spiega come Novo pone le basi per i successi degli anni a venire: “Novo fonda un vero e proprio circolo di amici e competenti, quasi un partito opposto (rispetto alla Juventus). Chiama intorno a sé il meglio del torinismo torinese, ha il coraggio e la forza di farne un problema non solo tecnico ma anche ideologico. Prende il calcio da una parte nuova, nazional-popolare e manageriale al tempo stesso. In parole povere, Novo è avanti trent’anni”.
L’impostazione allo squadrone granata viene data da un’insolita triade, composta oltre che dal Presidente da Vittorio Pozzo, sempre vicino alle questioni granata, e dal tecnico ungherese Ernest Erbstein. Pozzo è tra i più ascoltati consiglieri di Novo, sia per l’impostazione dell’organigramma societario che per la campagna acquisti. Erbstein allena il Toro nel ’39, prima di essere costretto rifugiare in patria a causa delle leggi razziali; da Budapest continuerà a tenersi in stretto contatto con la dirigenza granata, rappresentando a metà degli anni ’40 una vera e propria ‘eminenza grigia’ del Torino, sempre in attesa di poter tornare alla conduzione tecnica della squadra.
Dopo aver acquistato Franco Ossola dal Varese nel ’39, Romeo Menti dalla Fiorentina, Pietro Ferraris
dall’Ambrosiana e Guglielmo Gabetto dalla Juventus nel ’41, Novo completa il suo dream team superando la concorrenza della Juventus per assicurarsi le prestazioni delle due mezz’ali del Venezia Valentino Mazzola ed Ezio Loik. Nel 42’ è un altro mister ungherese, Andreas Kuttik, ad impostare la squadra con il Sistema (il WM di Chapman), anticipando una mossa che da lì a poco diverse formazioni avrebbero seguito.
Il primo importante successo del Grande Torino arriva nel derby giocato contro la Juve al Comunale, quindi in trasferta in quanto i granata giocano al Filadelfia. Finisce 2-5: dopo il gol di Ferraris e la doppietta di Menti, sono Loik e Mazzola a rendere trionfale la giornata con due entusiasmanti azioni personali. Nonostante la superiorità tecnica granata sia sotto gli occhi di tutti, a sorpresa il Livorno, a rischio retrocessione nell’annata precedente, riesce a contendere il titolo fino in fondo; in un periodo di stravolgimenti tattici, i toscani restano fedeli al Metodo, ottenendo risultati importanti tra i quali il 2-1 con il quale espugnano il Filadelfia. All’ultima giornata la squadra di Novo, che ha sostituito in panchina Kuttik con Antonio Janni, ha un punto di vantaggio sui rivali e deve vincere a Bari per assicurarsi lo scudetto: il 25 aprile del 43’, nel giorno di Pasqua, un gol di rapina di Mazzola all’87’ laurea il Torino Campione d’Italia, Vittorio Pozzo ci racconta la rocambolesca azione vincente: "Tira Ossola, di destro, con leggera parabola. Testa di Ellena – ché sono tutti lì concentrati in pochi metri quadrati i giocatori delle due squadre – testa di Loik, testa di Gallea, testa di un barese, leggero tocco a mezz’aria di Menutti e, di colpo, Mazzola che piomba sulla palla e tronca ogni discussione e risolve tutto. Il tiro è eseguito di sinistro: la palla si alza di quel tanto che basta per non poter più essere intercettata da nessuno e va a infilarsi in alto nella rete, ben lontana dal braccio sinistro di Costagliola che, del resto, non poteva umanamente vedere il tiro di partenza".
Singolare destino per la rete di Mazzola: in un sol colpo gli consente di trionfare in campionato e di salvare dalla B il ‘suo’ Venezia condannando invece il Bari. I Campioni: Bodoira, Piacentini, Ferrini, Grezar, Ellena, Baldi, Menti II, Loik, Gabetto, Mazzola, Ferraris II.
Terzo posto per la Juventus, davanti ad Ambrosiana-Inter e Genova. Sesto un decadente Bologna, a pari punti con Bologna e Milan; deludente undicesimo posto per la Roma campione uscente, insieme al Bari retrocede il Liguria. Capocannoniere Silvio Piola.
Il Torino non lascia niente alle avversarie e si aggiudica anche la Coppa Italia, prima squadra in Italia a riuscire nella ‘doppietta’. Il fato mette i gioielli Loik e Mazzola di fronte al loro passato; la finale Torino-Venezia si conclude con un 4-0 che non lascia diritto di replica. Questa partita è l’ultimo scampolo di calcio autentico giocato in Italia, prima che l’Italia venga spezzata in due tronconi dall’armistizio dell’8 settembre.

domenica 10 marzo 2013

I PERSONAGGI - Valentino Mazzola




Valentino Mazzola (Cassano d’Adda, 26/01/1919 – Superga, 04/05/1949)

CARRIERA:
Venezia: 1939/40 – 1941/42, 61 presenze, 12 reti
Torino: 1942/43 – 1948/49, 204 presenze, 118 reti
Italia: 1942 - 1949, 12 presenze, 4 reti

TITOLI:
5 scudetti, Torino
(1942/43,1945/46,1946/47,1947/48,1948/49)
2 Coppa Italia, Venezia (1940/41), Torino
(1942/43)
1 Capocannoniere Serie A, Torino (1946/47)

RUOLO:.
Mezzala offensiva.

STORIA:
La carriera professionistica di Valentino Mazzola ha inizio nell’Alfa Romeo di Milano, formazione che milita in Serie C. Nel 1939 viene acquistato da Venezia ed esordisce in Serie A. In laguna Valentino gioca tre stagioni: dopo un primo anno di apprendistato, si mette in luce come il nuovo talento del calcio tricolore, conquistando da protagonista un insperato terzo posto in campionato e una Coppa Italia. Al Venezia si trova a far coppia con un altro astro nascente, quell’Ezio Loik che arà al suo fianco per il resto della carriera, condividendone
anche il tragico epilogo.
Nel 1942 Ferruccio Novo acquista la coppia Mazzola-Loik per completare un Torino da sogno. E’ l’inizio di una storia che sarà leggenda: Valentino Mazzola rappresenterà la stella
più luminosa del Grande Torino, diventandone in breve il capitano e il leader indiscusso.
E’ un centrocampista offensivo dotato di grande tecnica, specialista nei calci piazzati, con ottime doti acrobatiche e un tiro fenomenale. Ma soprattutto è un calciatore dalla personalità prorompente, uno che sa quello che vuole e sa come ottenerlo. Il biondo capitano è il primo a ripiegare nella sua area per dar man forte alla retroguardia, ma è anche pronto a strigliare i suoi in campo quando le cose non vanno nel verso giusto; proverbiale il suo gesto di tirarsi su le maniche dando il segnale al Grande Torino di partire all’assalto della porta avversaria. E fuori dal campo la storia non cambia: frequenti le sue discussioni con calciatori e allenatori, sempre deciso nell’imporre le proprie idee, Mazzola è un divo, un’icona degli anni ’40.
E’ unanimemente ritenuto uno dei più forti atleti italiani di sempre, nonostante la Guerra e la morte precoce non gli abbiano permesso di lasciare il segno nella storia della nazionale italiana.
Il 4 maggio 1949 lo schianto di Superga priva il calcio italiano del suo campione più rappresentativo. Lascia due figli Sandro e Ferruccio; entrambi diverranno calciatori ma sarà Sandro, il maggiore che prendeva lezioni di calcio da papà Valentino in tenera età, a portare ancora una volta il nome ‘Mazzola’ nell’Olimpo pallonaro.


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