Visualizzazione post con etichetta PERSONAGGI. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta PERSONAGGI. Mostra tutti i post

domenica 10 marzo 2013

I PERSONAGGI - Valentino Mazzola




Valentino Mazzola (Cassano d’Adda, 26/01/1919 – Superga, 04/05/1949)

CARRIERA:
Venezia: 1939/40 – 1941/42, 61 presenze, 12 reti
Torino: 1942/43 – 1948/49, 204 presenze, 118 reti
Italia: 1942 - 1949, 12 presenze, 4 reti

TITOLI:
5 scudetti, Torino
(1942/43,1945/46,1946/47,1947/48,1948/49)
2 Coppa Italia, Venezia (1940/41), Torino
(1942/43)
1 Capocannoniere Serie A, Torino (1946/47)

RUOLO:.
Mezzala offensiva.

STORIA:
La carriera professionistica di Valentino Mazzola ha inizio nell’Alfa Romeo di Milano, formazione che milita in Serie C. Nel 1939 viene acquistato da Venezia ed esordisce in Serie A. In laguna Valentino gioca tre stagioni: dopo un primo anno di apprendistato, si mette in luce come il nuovo talento del calcio tricolore, conquistando da protagonista un insperato terzo posto in campionato e una Coppa Italia. Al Venezia si trova a far coppia con un altro astro nascente, quell’Ezio Loik che arà al suo fianco per il resto della carriera, condividendone
anche il tragico epilogo.
Nel 1942 Ferruccio Novo acquista la coppia Mazzola-Loik per completare un Torino da sogno. E’ l’inizio di una storia che sarà leggenda: Valentino Mazzola rappresenterà la stella
più luminosa del Grande Torino, diventandone in breve il capitano e il leader indiscusso.
E’ un centrocampista offensivo dotato di grande tecnica, specialista nei calci piazzati, con ottime doti acrobatiche e un tiro fenomenale. Ma soprattutto è un calciatore dalla personalità prorompente, uno che sa quello che vuole e sa come ottenerlo. Il biondo capitano è il primo a ripiegare nella sua area per dar man forte alla retroguardia, ma è anche pronto a strigliare i suoi in campo quando le cose non vanno nel verso giusto; proverbiale il suo gesto di tirarsi su le maniche dando il segnale al Grande Torino di partire all’assalto della porta avversaria. E fuori dal campo la storia non cambia: frequenti le sue discussioni con calciatori e allenatori, sempre deciso nell’imporre le proprie idee, Mazzola è un divo, un’icona degli anni ’40.
E’ unanimemente ritenuto uno dei più forti atleti italiani di sempre, nonostante la Guerra e la morte precoce non gli abbiano permesso di lasciare il segno nella storia della nazionale italiana.
Il 4 maggio 1949 lo schianto di Superga priva il calcio italiano del suo campione più rappresentativo. Lascia due figli Sandro e Ferruccio; entrambi diverranno calciatori ma sarà Sandro, il maggiore che prendeva lezioni di calcio da papà Valentino in tenera età, a portare ancora una volta il nome ‘Mazzola’ nell’Olimpo pallonaro.


Visita anche Maiotelavevodetto

giovedì 7 marzo 2013

I PERSONAGGI - Giuseppe Meazza





Giuseppe Meazza (Milano, 23/08/1910 - Rapallo, 21/08/1979)

CARRIERA:
Inter: 1927/40 - 1946/47, 365 presenze, 247 reti
Milan: 1940/42, 37 presenze, 9 reti
Juventus: 1942/43, 27 presenze, 10 reti
Varese: 1943/44, 20 presenze, 7 reti
Atalanta: 1944/46, 14 presenze, 2 reti
Italia: 1930/39, 53 presenze, 33 reti

TITOLI:
2 scudetti, Inter (1929/30, 1937/38)
1 Coppa Italia, Inter (1938/39)
2 Campionati del Mondo, Italia (1934, 1938)
2 Coppa Internazionale, Italia (1927/30, 1933/35)
3 Capocannoniere Serie A, Inter (1929/30, 1935/36, 1937/38)
RUOLO: prima punta con doti tecniche da regista, che gli permettono all'occasione di arretrare il suo raggio d'azione.


STORIA:

Si racconta che da bambino il piccolo Meazza, che giocava come i brasiliani a piedi nudi per non rovinare le scarpe, fosse milanista; almeno fino a quando vide per la prima volta giocare Luigi Cevenini (III), in arte 'Zizì’, il fenomeno neroazzurro degli anni ’20. Il sogno di giocare al suo fianco non verrà mai realizzato, in quanto Cevenini lascerà l’Inter per trasferirsi alla Juventus proprio l’anno precedente al suo approdo in prima squadra.
L’ingresso nell’Inter ‘dei grandi’ viene favorito da Fulvio Bernardini, all’epoca centromediano neroazzurro; è proprio il ‘Fuffo’ a segnalare al mister ungherese Weisz il ragazzo dopo averlo osservato in allenamento. Il soprannome che lo accompagnerà per l'intera carriera è 'Balilla', affibiatogli dal compagno di squadra Leopoldo Conti il giorno dell'esordio nell'Inter nella Coppa Volta a Como: "Adesso andiamo a prendere i giocatori all'asilo! Facciamo giocare anche i balilla!".
Nel settembre del 1927 Giuseppe Meazza gioca la prima gara nel campionato italiano; la partita è Inter – Dominante Genova 6-1. Il giorno seguente la ‘Gazzetta dello Sport’ commenta: “All’apparenza gracile, si rivela al contrario dotato di una resistenza e soprattutto di una tenacia insospettabile…”.
Nel corso dell’annata seguente, l’ultima prima del’introduzione del girone unico, il diciottenne Meazza
realizza qualcosa come 38 reti in 29 gare. Siamo alle prime battute di una carriera senza precedenti per il calcio in Italia; Meazza sarà per anni l’indiscusso numero 1 nel nostro Paese, riuscendo anche a conquistare la gloria sui palcoscenici internazionali.
Grandi capacità realizzative ma anche colpi di genio improvvisi, serpentine irresistibili e assist illuminanti per i
compagni. Il dribbling 'alla Meazza' è una sintesi del suo talento: il 'Pepin' aspetta fermo l'avversario e al momento giusto lo salta, prendendolo in controtempo e allungandosi il pallone; spettacolare, irriverente ed efficace allo stesso tempo. Si tratta di un fantasista in grado, nonostante la statura non eccezionale (169 cm…), di fungere da vero e proprio centravanti.
Negli anni ’30 diventa un vero divo, che raggiunge vette di popolarità mai toccate nella penisola da un calciatore. E’ in questo periodo che arrivano i grandi successi, in particolare due titoli iridati consecutivi con la Nazionale di Vittorio Pozzo, il secondo da capitano in collaborazione con un altro grandissimo, Silvio Piola.
Alla soglia dei trent’anni la carriera del Balilla subisce una brusca frenata: una vasocostrizione a un piede lo tiene un anno fermo; al suo rientro dopo l’intervento chirurgico si trasferisce al Milan dove giocherà da regista, segnando anche un gol nel derby. A cavallo della Seconda Guerra Mondiale cambierà ancora diverse volte maglie, ricoprendo anche il ruolo di allenatore-giocatore, ma non tornerà mai a giocare ai
suoi livelli.
Nel 1946/47 si chiude il cerchio: i neroazzurri sono in difficoltà e rischiano la retrocessione; Meazza torna a stagione già ampiamente avviata e contribuisce a riportare la squadra in posizioni più tranquille. Terrmina qui la sua epopea sui campi verdi.

HAN DETTO DI LUI:
"Averlo in squadra significava partire da 1-0" – Vittorio Pozzo
"Era come giocare in dodici...". - Aldo Olivieri, portiere della
nazionale dal 1936 al 1940.
"E' stato indubbiamente il più grande giocatore italiano di
ogni tempo. Lo paragono a Di Stefano e Pelè". - Silvio Piola
"Il miglior prodotto del calcio italiano". "Un fenomeno di
intelligenza e di stile..." - Gianni Brera

CURIOSITA':
A Marsiglia, nel corso della semifinale del Mondiale del 1938, giocata contro il Brasile, Meazza è chiamato a battere un importantissimo calcio di rigore. Poco prima l’elastico dei suoi calzoncini si rompe; decide di non voler perdere l’attimo cambiandoseli: con una mano tiene l’elastico durante l’esecuzione, portiere da una parte e palla dall’altra. L’Italia vincerà 2-1 qualificandosi per la finalissima.

IL SUO NOME TRAMANDATO AI POSTERI:
Chi non conosce la leggenda del 'Balilla' ricorda il suo nome grazie allo stadio di San Siro in Milano, il più affascinante d’Italia, a lui intitolato dopo la sua morte. All’ingresso una lapide recita così:

A GIUSEPPE MEAZZA
ESPRESSO DAL SUO CUORE GENEROSO
IL POPOLO DI MILANO
INTITOLA
QUESTO GLORIOSO STADIO
PIU’ VOLTE ILLUMINATO
DALLE SUE GESTA D’ATLETA

I PERSONAGGI - Renzo De Vecchi


Renzo De Vecchi  (Milano, 03/02/1894 - Milano, 14 maggio 1967)

CARRIERA:
Milan: 1909-13, 64 presenze, 7 gol
Genoa: 1913-1929, 218 presenze, 31 gol
Italia: 1910-1925, 43 presenze

TITOLI:
3 scudetti, Genoa (1914/15, 1922/23, 1923/24)

RUOLO: Nasce mezz'ala sinistra ma gioca per gran parte della carriera come terzino.

STORIA:
Certamente singolare che la prima stella del calcio in Italia sia un difensore. Renzo De Vecchi, all'anagrafe Lorenzo, cresce calcisticamente nelle giovanili del Milan, squadra nelle fila della quale esordisce nel campionato di 1° Divisione a soli 15 anni. In rossonero è il pupillo di Herbert Kilpin, fondatore, capitano e allenatore della società; si racconta che Kilpin lo prendesse letteralmente a calci nel sedere per farlo correre in allenamento.
Altro esordio da record: nel 1910 a Budapest, nel corso della seconda gara in assoluto della Nazionale Italiana, De Vecchi subentra a Cevenini, partecipando alla pesante sconfitta subita dall'Ungheria (6-1). Alla tenera età di 16 anni diventa inamovibile nella formazione azzurra, della quale sarà anche capitano, giocando 43 gare tra il 1910 e il 1925.
I successi più importanti li coglie con la maglia del Genoa, che lo tessera nel 1913. Tre campionati vinti, tutti sotto la guida del mitico William Garbutt. In un epoca caratterizzata dal dominio della Pro Vercelli,
squadra che vinceva grazie al collettivo, De Vecchi rappresenta al contrario l'individualità che eccelle al di sopra di tutte le altre. Alla tecnica sopraffina unisce qualità difensive al di fuori dal comune; c'è chi sostiene addirittura che nessun avversario sia mai riuscito a dribblarlo.
Per tutti è diventato (ammettiamo al limite della blasfemia...) "figlio di Dio", perchè, secondo i suoi sostenitori, "Così si gioca solo in paradiso!"

PAROLA AL CAMPIONE:
"Ho visto il football italiano bambino; l'ho visto crescere, trasformarsi, ingigantire. Un'ascesa continua che ha culminato nel rapidissimo perfezionamento di pochi anni or sono. E dal gioco pressochè incontrollato di un tempo sono pervenuto a vedere il gioco diretto, disciplinato ed inquadrato di oggi. Modificazioni sostanziali, notevoli. Ed ho vissuto il periodo in cui il giocatore si comprava scarpe calzoncini e calzettoni per giocare in isquadra, e poi via via i periodi successivi, fino ad oggi."

Renzo De Vecchi, La Domenica Sportiva - gennaio 1931

CURIOSITA':
De Vecchi, mancino dalla nascita, racconta di aver imparato ad utilizzare il piede destro a sedici anni 'grazie' ad una distorsione alla caviglia sinistra. Scrive il 'Figlio di Dio' su 'Il Calcio Illustrato' nel marzo del 39': "Poichè io avevo una voglia matta di riprendere a giocare, non potendo assolutamente adoperare il piede sinistro, o dovendo, in seguito, farlo solo con molta cautela, andò a finire che imparai a servirmi anche dell'altro piede!".