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sabato 4 maggio 2013

Grande Torino, 4 maggio 1949: 64 anni dopo il ricordo della strage di Superga


GRANDE TORINO, 4 MAGGIO 1949: STRAGE DI SUPERGA - A 64 anni esatti dallo schianto di Superga, ricordiamo quel terribile pomeriggio, che ha cancellato una delle formazioni più forti nella storia del calcio italiano.
 “Tremenda sciagura per lo sport italiano e per il giornalismo sportivo – L’aereo del Torino reduce da Lisbona precipita e si incendia mentre sta arrivando a Mirafiori – Tutti i giocatori, i dirigenti e tre giornalisti deceduti – L’urto fatale contro la Basilica di Superga”. Questi i titoli con i quali la ‘Gazzetta dello Sport’ presenta la strage che cancella per sempre il Grande Torino.
Ma facciamo un passo indietro… Dopo il pareggio nella sfida-scudetto giocata contro l’Internazionale, Ferruccio Novo autorizza i suoi a partire per Lisbona, per rispondere all’invito del Benfica che celebra con questo match l’addio al calcio giocato di Francisco Ferreira. Impegno concordato da capitan Mazzola con lo stesso Ferreira: unica condizione imposta dal presidente non perdere a Milano, mettendo al sicuro il quinto titolo consecutivo; obiettivo raggiunto, quindi…si può partire. Per la cronaca la gara amichevole si chiude con un 4-3 a favore del Benfica, agevolato da una certa benevolenza, come imposto dal copione, da parte della squadra ospite.
Il giorno seguente si rientra in Italia. Il trimotore FIAT G-212 parte da Lisbona alle 9:45 e compie uno scalo tecnico a Barcellona alle 13:15. Le condizioni atmosferiche in Piemonte sono pessime; si potrebbe optare per un atterraggio all’aeroporto Malpensa di Milano, dove la visibilità è più favorevole. La volontà degli illustri passeggeri di rientrare in fretta a casa fa la differenza (alcune teorie, mai dimostrate con prove concrete, sostengono si trattasse della necessità di nascondere qualche traffico illegale), si fa rotta verso Torino. Alle 16:55 il pilota Luigi Meroni annuncia l’atterraggio entro 15 minuti; alle 17:01 chiede l’angolo di rotta alla torre di controllo.
4 maggio 1949, ore 17:05: il terribile schianto contro i muraglioni del giardino della Basilica di Superga, spazza via in un solo colpo il Grande Torino.
Trentuno le vittime della strage. Giocatori: Valerio Bacigalupo,  Aldo Ballarin, Dino Ballarin, Emilio Bongiorni, Eusebio Castigliano, Rubens Fadini, Guglielmo Gabetto, Ruggero Grava, Giuseppe Grezar, Ezio Loik, Virgilio Maroso, Danilo Martelli, Valentino Mazzola, Romeo Menti, Pietro Operto, Franco Ossola, Mario Rigamonti, Jiulius Schubert. Staff tecnico: Ernest Egri-Erbestein, Leslie Lievesley, Ottavo Cortina. Dirigenti: Rinaldo Agnisetta, Ippolito Civalleri, Andrea Bonaiuti. Giornalisti: Renato Casalbore (‘Tuttosport’), 
Luigi Cavallero (‘La Stampa’), Renato Tosatti (‘Gazzetta del Popolo’). Equipaggio: Pier Luigi Meroni, Cesare Biancardi, Antonio Pangrazi, Celeste D'Inca.

Vittorio Pozzo è chiamato al triste compito di riconoscere i cadaveri dei campioni, molti dei quali avevano giocato nella sua nazionale. Questo il commento dello stesso Pozzo nell’articolo pubblicato l’indomani sulle pagine de ‘La Stampa’: “Il Torino non c’è più. Scomparso, bruciato, polverizzato. Una squadra che muore, tutta assieme, al completo, con tutti i titolari, colle sue risèrve, col suo massaggiatore, coi suoi tecnici, coi suoi dirigenti, coi suoi commentatori. Come uno di quei plotoni di arditi che, nella guerra, uscivano dalla trincea, coi loro ufficiali, al completo, e non ritornava nessuno, al completo. E' morto in azione. Tornava da una delle sue solite spedizioni all'estero, dove si era recato in rappresentanza del nome dello sport italiano. Aveva presa la via del cielo per tornare più presto, per far fronte agli impegni di campionato. Un urto terribile, uno schianto — ai piedi di una chiesa, di una basilica addirittura — uno gran fiammata. E poi più nulla. Il silenzio della morte. Era la squadra Campione d'Italia. Era, quasi al completo, la squadra'che rappresentava i colori del nostro Paese nelle competizioni intemazionali.”
Sconforto e incredulità sono i sentimenti che pervadono tutta la penisola. La sera del 4 maggio Camera e Senato sospendono le sedute in segno di lutto. Il giorno seguente migliaia di persone risalgono la collina di Superga. Da qui in poi ‘Superga’ evocherà per sempre la strage e diventerà meta di pellegrinaggio per torinisti e sportivi provenienti da ogni dove. E il Grande Torino sarà leggenda: la squadra più forte che abbia mai calcato i prati verdi italiani chiude la sua avventura con un epilogo tanto tragico quanto epico.
La Federazione decide di assegnare al Torino il quinto scudetto consecutivo, nonostante manchino ancora quattro giornate al termine del campionato. Ferruccio Novo schiera i ragazzi delle giovanili nelle ultime gare, gli avversari fanno lo stesso. I giovani granata onorano la memoria dei Campioni vincendo i quattro incontri e salvando l’imbattibilità casalinga.
Un colpo durissimo per Novo, sotto ogni punto di vista. Scomparso lo squadrone magnificamente costruito negli anni, il presidente tenterà con scarso successo di ricostruire la formazione invincibile nei mesi a seguire. Ma sarà tutto il calcio italiano a risentirne, con la nazionale azzurra pressoché azzerata ad un anno dai primi Campionati Mondiali del dopo-guerra.
Doveroso ricordare le formazioni dei cinque trionfi del Grande Torino:
1942-43: Bodoira, Piacentini, Ferrini, Baldi, Ellena, Grezar, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ferraris II
Allenatore: Kuttik (poi Janni)
1945-46: Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Ossola, Loik, Gabetto, Mazzola, Ferraris II
Allenatore: Ferrero
1946-47: Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Ossola (Menti), Loik, Gabetto, Mazzola, Ferraris II
Allenatore: Ferrero

1947-48: Bacigalupo, Ballarin, Maroso (Tomà), Grezar, Rigamonti, Castigliano (Martelli), Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ferraris II (Ossola)
Allenatore: Sperone
Direttore Tecnico: Copernico
1948-49: Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar (Martelli), Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola
Allenatore: Lievesley
Direttore Tecnico: Egri Erbstein

lunedì 29 aprile 2013

Arriva il Totocalcio e torna la Serie A - Storia del calcio 28° puntata


Gli esordi della schedina. La riorganizzazione del calcio italiano. Terzo titolo consecutivo per il Torino

Il calcio del dopoguerra è un fenomeno in costante ascesa che, ripulito almeno in parte dal propagandismo fascista, fa sognare i piccoli e permette ai grandi di staccare la spina, scordare almeno momentaneamente le difficoltà e i sacrifici da affrontare quotidianamente per garantire a tutta la famiglia
un tozzo di pane, semplicemente…’pensando ad altro’… Un sistema in crescita, al quale non manca l’entusiasmo, non manca il seguito, non mancano i signorotti da riciclare come quadri e dirigenti. Manca solo un elemento, tutt’altro che trascurabile: la cosiddetta ‘materia prima’, il vil danaro per finanziare la ripresa. Ed ecco l’innovazione che fornirà per decenni quattrini al sistema sportivo in generale ed entrerà a pieno diritto a far parte del costume italico. I promotori sono Massimo Della Pergola, Fabio Jegher e Geo Molo, inventori della ‘schedina’. I tre fondano la ‘Sisal’, società con la quale lanciano nel maggio del 1946 il nuovo concorso a premi, che passerà da lì a poco sotto il controllo del CONI. Per vincere occorre indovinare tutti e tre i risultati delle dodici partite proposte (passate poi a tredici), scegliendo tra i famosi tre segni: ‘1’ per la vittoria della squadra in casa, ‘X’ per il pareggio e ‘2’ per il successo della formazione ospite. Gli italiani si appassionano e, nonostante la miseria, si affrettano a spendere, CONI e Tesoreria dello Stato ringraziano sentitamente.
L’assemblea generale delle società appartenenti alla Federcalcio, che si tiene nel maggio del '46 a Firenze, riorganizza il sistema: torna la Serie A a girone unico, con l’ampliamento a venti squadre, la Serie B viene suddivisa in tre gironi e la C in leghe interregionali. Viene confermata Roma come sede della Federazione, la nascitura Lega Nazionale si accasa in quel di Milano. Vengono istituiti il Consiglio Federale e la Commissione d’Appello; si ricostituisce l’Associazione Arbitri, messa da parte durante il regime. Dopo vent’anni le porte del campionato riaprono ai giocatori stranieri: due per squadra più tre oriundi. E’ di fatto una nuova costituente, che rivoluziona le deliberazioni assunte dal fascismo con la Carta di Viareggio del 1926.
In campionate il Grande Torino parte con il freno a mano tirato, racimolando soltanto cinque punti nelle prime cinque giornate; è solo un’illusione per le avversarie: i granata si rilanciano prontamente con sei successi consecutivi con i quali rimettono subito le cose in chiaro. La gara che restituisce la testa della classifica alla formazione del Presidente Novo è il 7-2 inflitto alla Fiorentina il 22 dicembre. Il girone di ritorno è una marcia trionfale che porta il Toro alla conquista del suo terzo scudetto consecutivo, imponendo distacchi abissali a tutti: la Juventus di Carlo Parola e di Silvio Piola, passato in bianconero nel ‘45, è seconda a -10, davanti al sorprendente Modena e al Milan; addirittura 24 punti separano la capolista dal gruppone che va dal quinto posto del Bologna in giù. Eloquente lo score in termini di realizzazioni dei Campioni: 104 reti in 38 partite. Sono previste tre retrocessioni e a fine stagione in fondo alla classifica troviamo Brescia, Venezia e Triestina. Per motivi prettamente politici e, si vocifera, per la minaccia di un’imbarazzante iscrizione al campionato jugoslavo, la Triestina viene ripescata con conseguente allargamento a ventuno squadre per la stagione successiva. Capocannoniere con 29 centri Valentino Mazzola, leader indiscusso della formazione più forte d’Italia; piazza d’onore per Ettore Puricelli, per anni prolifico centravanti del Bologna, trasferitosi nelle fila del Milan del dopoguerra. Buon
undicesimo posto per la neonata Sampdoria, generata dalla fusione tra Andrea Doria e Sampierdarenese. Gioca la sua ultima stagione il mitico Giuseppe Meazza, tornato all’Inter per aiutare la sua squadra a salvarsi in un’annata davvero travagliata; quasi in un ideale passaggio del testimone, nello stesso anno esordisce in bianconero un giovanissimo Giampiero Boniperti.

mercoledì 24 aprile 2013

In mezzo alle macerie si torna a giocare - Storia del calcio 27° puntata

Italia e campionato spaccati in due. Lo strapotere del Torino.

Nel 1945, in uno scenario che presenta rovine e distruzione in ogni dove, la Federazione è chiamata all’arduo compito di far ripartire il campionato italiano di calcio. Le comunicazioni tra nord e sud della penisola italiana sono decisamente difficoltose, per non dire quasi impossibili; i bombardamenti hanno reso impraticabile l’attraversamento dell’Appennino tosco-emiliano, la rete ferroviaria è dissestata e il carburante scarseggia. E’ quindi inevitabile che si rimandi la ricostituzione della Serie A a girone unico e si torni, almeno per una stagione, alla suddivisione delle squadre in base alla collocazione geografica.
Il girone Alta Italia vede ai nastri di partenza Andrea Doria, Atalanta, Bologna, Brescia, Genoa, Internazionale, Juventus, Milan, Modena, Sampierdarenese, Torino, Triestina, Venezia e Vicenza; nel torneo del Centro-Sud competono Anconetana, Bari, Fiorentina, Lazio, Napoli, Palermo, Pescara, Pro
Livorno, Roma, Salernitana e Siena.
Dopo tre anni e mezzo di inattività si rivede anche la nazionale azzurra. Vent’anni di regime non si scordano tanto in fretta, le relazioni con il resto d’Europa sono infatti ai minimi storici; è la neutrale Svizzera a riammettere l’Italia nel calcio internazionale, invitandola per un’amichevole in terra elvetica. L’11 novembre a Zurigo Vittorio Pozzo schiera, più per incapacità di imporre le proprie idee che per convinzione, la nazionale italiana con il sistema (WM), inserendo in formazione ben sette elementi del Torino. Svizzera-Italia termina 4-4, con doppietta di Biavati e reti di Loik e Piola. Solo venti giorni dopo gli uomini di Pozzo superano a Milano l’Austria: il granata Castigliano, Mazzola e Piola i marcatori azzurri nel 3-2 finale.
In campionato a nord si impone il Torino, a sud il Napoli. Il regolamento prevede che le prime quattro di ognuno dei due raggruppamenti vadano a comporre il girone finale, che si disputa con gare di andata e ritorno tra aprile e luglio del 1946. Già dalla prima giornata le compagini settentrionali palesano una superiorità su quelle meridionali quasi imbarazzante; il conflitto ha colpito tutta la penisola, ma è il sud del Paese ad aver subito le conseguenze più gravi, spazzando via i risultati di una crescita del movimento calcistico meridionale che lo aveva portato, dopo quarant’anni di affannoso inseguimento, a competere quasi alla pari con il nord.
Il 28 aprile il Torino di Ferruccio Novo campione d’Italia in carica, allenato da Luigi Ferrero, fa visita alla Roma; ne scaturisce un confronto impari, con i granata che realizzano 6 reti nei primi venti minuti. Questo il commento sulla gara del ‘Calcio Illustrato’: “Chi, in questi anni, del gioco del calcio se ne era dimenticato, ha riannodato le fila con il passato; chi nel nostro gioco vedeva la decadenza si è prontamente ricreduto. E a vederli giocare, il grande Torino con la piccola Roma, veniva da pensare che la seconda fosse presa nel gorgo del gioco avversario più che per propria deficienza per incantamento. Ché c’era da incantarsi davvero a vedere giocare il Torino”. Con ogni probabilità Mazzola e compagni non vogliono infierire e rallentano il ritmo realizzando una sola rete nei restanti 70’. Fa specie pensare che la squadra affossata a suon di gol dai granata aveva vinto solo tre anni prima lo scudetto.
Il Toro segna più di tre reti a partita di media e si impone superando in classifica di una solo lunghezza la Juventus. Titolo conquistato matematicamente all’ultimo turno, con un’altra roboante goleada: Torino-Pro Livorno 9-1. Seguono il Milan terzo e l’Inter quarta. Le rappresentanti del centro-sud restano escluse dalla lotta per il titolo e si piazzano tutte dietro alle squadre settentrionali: nell’ordine Napoli, Roma, Pro Livorno e Bari. Valido lo scudetto del Torino, inserito a tutti gli effetti nell’albo d’oro, ma la singolarità del torneo non gli consentirà di essere considerato nelle statistiche relative alla Serie A.

domenica 10 marzo 2013

I PERSONAGGI - Valentino Mazzola




Valentino Mazzola (Cassano d’Adda, 26/01/1919 – Superga, 04/05/1949)

CARRIERA:
Venezia: 1939/40 – 1941/42, 61 presenze, 12 reti
Torino: 1942/43 – 1948/49, 204 presenze, 118 reti
Italia: 1942 - 1949, 12 presenze, 4 reti

TITOLI:
5 scudetti, Torino
(1942/43,1945/46,1946/47,1947/48,1948/49)
2 Coppa Italia, Venezia (1940/41), Torino
(1942/43)
1 Capocannoniere Serie A, Torino (1946/47)

RUOLO:.
Mezzala offensiva.

STORIA:
La carriera professionistica di Valentino Mazzola ha inizio nell’Alfa Romeo di Milano, formazione che milita in Serie C. Nel 1939 viene acquistato da Venezia ed esordisce in Serie A. In laguna Valentino gioca tre stagioni: dopo un primo anno di apprendistato, si mette in luce come il nuovo talento del calcio tricolore, conquistando da protagonista un insperato terzo posto in campionato e una Coppa Italia. Al Venezia si trova a far coppia con un altro astro nascente, quell’Ezio Loik che arà al suo fianco per il resto della carriera, condividendone
anche il tragico epilogo.
Nel 1942 Ferruccio Novo acquista la coppia Mazzola-Loik per completare un Torino da sogno. E’ l’inizio di una storia che sarà leggenda: Valentino Mazzola rappresenterà la stella
più luminosa del Grande Torino, diventandone in breve il capitano e il leader indiscusso.
E’ un centrocampista offensivo dotato di grande tecnica, specialista nei calci piazzati, con ottime doti acrobatiche e un tiro fenomenale. Ma soprattutto è un calciatore dalla personalità prorompente, uno che sa quello che vuole e sa come ottenerlo. Il biondo capitano è il primo a ripiegare nella sua area per dar man forte alla retroguardia, ma è anche pronto a strigliare i suoi in campo quando le cose non vanno nel verso giusto; proverbiale il suo gesto di tirarsi su le maniche dando il segnale al Grande Torino di partire all’assalto della porta avversaria. E fuori dal campo la storia non cambia: frequenti le sue discussioni con calciatori e allenatori, sempre deciso nell’imporre le proprie idee, Mazzola è un divo, un’icona degli anni ’40.
E’ unanimemente ritenuto uno dei più forti atleti italiani di sempre, nonostante la Guerra e la morte precoce non gli abbiano permesso di lasciare il segno nella storia della nazionale italiana.
Il 4 maggio 1949 lo schianto di Superga priva il calcio italiano del suo campione più rappresentativo. Lascia due figli Sandro e Ferruccio; entrambi diverranno calciatori ma sarà Sandro, il maggiore che prendeva lezioni di calcio da papà Valentino in tenera età, a portare ancora una volta il nome ‘Mazzola’ nell’Olimpo pallonaro.


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